Barcellona, poi Madrid: l’Inter sogna notti spagnole
I nerazzurri si aggiudicano il primo round della semifinale di Champions League: 3-1 al Barcellona
Di Nando Di Giovanni il 21 aprile | ore 10 : 08 AM
Ci voleva Mourinho per riportare l’Inter nell’Europa che conta? Evidentemente sì! La realtà dei fatti è quantomai chiara: da Helsingborg a Villarreal, da Liverpool a Manchester, senza scordarsi i derby con il Milan. La storia recente del ‟Biscione” è stata lastricata di continui insuccessi e magre figure che mal si conciliavano con il suo nome di battesimo. D’internazionale, oltre al cosmopolitismo del suo organico, i nerazzurri sembravano avere ben poco. Non è bastata una processione di allenatori per cercare di sfatare questo tabù poco onorevole (Lippi, Cuper e Mancini sono solo gli ultimi). Ma ora che il Barcellona è stato regolato per 3-1, in rimonta, si potrebbe anche dire che l’appellativo di ‟Special One” non è poi così sbagliato.
Il successo sui blaugrana avvicina decisamente l’Inter alla finale di Madrid. È vero, bisogna ancora attendere il verdetto del ‟Nou Camp”, ma la settimana che divide il popolo della ‟Beneamata” dal ritorno in Catalogna può essere vissuto sognando ad occhi aperti. Ed è stato un dolce risveglio quello che Sneijder, Maicon e Milito hanno donato stamane alla Milano nerazzurra. Eppure le cose sembravano doversi incanalare verso il sentiero di un film già visto: l’acuto di Pedro sull’assist di Maxwell, ex con il dente avvelenato, avrebbe potuto tagliare le gambe a chiunque. Ma non all’Inter di ieri.
Pandev, Eto’o e Milito hanno corso in lungo ed in largo, terminando la partita fra i crampi. Sneijder è il metronomo che detta i tempi del gioco con una regolarità impressionante, mentre la diga eretta da Cambiasso e Thiago Motta davanti alla granitica difesa meneghina riesce a controllare le folate di Messi e Xavi. Ibrahimovic è un ectoplasma: Lucio e Samuel si prendono cura di lui. E con clienti del genere, talvolta bisogna utilizzare le maniere forti. Zanetti è maestoso sul folletto catalano Pedro: dopo avergli preso le misure, il capitano trentasettenne lo anestetizza a dovere, arginando un’importante fonte del gioco avversario. Maicon, dopo l’ingenuità sul primo gol (Maxwell lasciato libero di incunearsi in area), si fa perdonare con il ‟tap-in” ad inizio ripresa che completa la rimonta nerazzurra dopo la rete di Sneijder alla mezz’ora del primo tempo. La testata di Milito (in posizione dubbia) celebra il delirio nerazzurro.
È un mezzo capolavoro, dunque, quello dell’Inter e di Mourinho: mai così bella a ‟San Siro” e contro i campioni d’Europa e del Mondo. Gli ottantamila ricorderanno a lungo questa serata di metà aprile. La finale, inseguita dal 1972, sembra essere sempre più vicina. L’esito, ovviamente, si spera che sia diverso: in quella lontana primavera l’avversario numero uno si chiamava Johan Cruijff. Ora Arjen Robben o Lisandro Lopez: una bella differenza, no?
Le attenuanti di Guardiola, tuttavia, possono essere molteplici: la trasferta affrontata dopo ben 23 ore in pullman, la stanchezza derivante da un calendario fittissimo di impegni rendono più umani i suoi extraterrestri vestiti di blaugrana. Ma il ritorno del prossimo mercoledì sarà tutta un’altra storia.
E l’euforia della serata rischia di far passare in secondo piano la ‟grana” Balotelli, sonoramente contestato a suon di fischi dal pubblico milanese, colpevole, a suo parere, di non onorare la maglia nerazzurra come i suoi compagni di squadra. Il gesto finale della casacca buttata in terra sembra allargare in maniera irrimediabile uno strappo che, forse, mai si era ricucito.
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