Alcoa, ostruzionismo da Pittsburgh. Vicini al conflitto diplomatico
Di Marco Cerasani il 4 febbraio | ore 18 : 29 PM
Il piano di salvezza emesso dal governo è stato respinto nella notte di ieri dai dirigenti del colosso dell’alluminio in collegamento telefonico da Pittsburgh. Il presidente di turno della commissione europea José Manuel Barroso aveva dato il suo appoggio alla misura concepita dal governo il quale ha invitato i vertici dell’Alcoa a non chiudere gli impianti e a partecipare al nuovo incontro per le trattative fissato per lunedì.
Aria tesa a Palazzo Chigi dove attorno al tavolo di trattativa il ministro del Lavoro Sacconi, insieme al sottosegretario alla Presidenza del consiglio dei ministri Gianni Letta, avrebbe perso le staffe difronte all’inamovibilità delle posizioni del consiglio di Pittsburgh.
Era fissata al prossimo 10 febbraio la data in cui i commissari dell’Ue avrebbero rimesso in discussione la misura riguardante il prezzo dell’energia secondo la garanzia ottenuta da Barroso. Questo non è servito però a placare gli animi della corporation americana. Il consiglio italiano della multinazionale si è recato negli Stati Uniti per discutere sulle più recenti proposte. E’ ipotizzabile allora la possibilità del commissariamento stando alla multa dell’Ue di 270 milioni di euro ricevuta nel 2009 dall’Alcoa a causa degli illegittimi contributi statali ricevuti in passato e dei benefici che ne trarrebbe lo Stato dall’incasso della cifra.
La posizione dei sindacati traccia la possibilità di una situazione di insolvenza e dunque di una amministrazione statale. Il segretario nazionale della Fiom-Ggil Giorgio Cremaschi afferma: “O la multinazionale Alcoa decide di far continuare l’attivita’ produttiva degli stabilimenti, oppure il Governo e le Regioni interessate prendono in mano il Gruppo”. Sulla stessa riga il ministro dello Sviluppo Scajola: “Il Governo non permetterà una decisione unilaterale, Alcoa si prenderà – ha detto – tutte le conseguenze di una scelta improvvida”
Intanto un gruppo di lavoratori permane difronte Montecitorio, mentre i sindacati tentano di assicurarsi che la produzione non venga bloccata attraverso picchetti a Fusina e a Portovesme. Le materie prime per mantenere gli impianti però cominciano a scarseggiare.
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