Acqua. Le sorgenti private
Da un'indagine di Legambiente e Altroconsumo le tariffe per l'imbottigliamento dell'acqua sono molto basse. Molto alto è il volume d'affari che l'oro blu genera
Di Antonio Tomeo il 30 marzo | ore 09 : 48 AM
Che l’acqua e la sua gestione sono questioni centrali in Italia è stato confermato da un milione e 400 mila cittadini, impegnati in prima persona per chiedere attraverso un referendum, di modificare la legge che obbliga la privatizzazione del servizio idrico. Ma mentre il dibattito tra pubblico e privato per la gestione del servizio idrico è ancora in corso, in Italia esiste già una forma di privatizzazione dell’acqua, quella delle sorgenti.
La denuncia arriva dall’annuale rapporto di Legambiente e Altreconomia, “Acque minerali: la privatizzazione delle sorgenti in Italia”, in cui si fa il quadro aggiornato sulle concessioni rilasciate dalle Regioni alle società che imbottigliano l’acqua. Il rapporto, realizzato attraverso un questionario inviato a tutte le amministrazioni regionali e alle province autonome di Trento e Bolzano – da notare che solo la regione Sicilia non ha risposto – mette in evidenza il netto contrasto esistente tra il volume di affari del settore e i prezzi molto bassi che le aziende che imbottigliano l’acqua pagano per lo sfruttamento delle sorgenti.
L’Italia, con 192 litri di acqua minerale procapite, si conferma il Paese con il più alto consumo di acqua in bottiglia in Europa, il doppio rispetto alla media europea. Subito dopo troviamo la Germania (160 litri procapite), Spagna (123), Belgio (122) e Svizzera (120) e all’ultimo posto Russia e Regno Unito dove si consumano rispettivamente 22 e 25 litri per abitante. Per soddisfare l’elevato tasso di consumo, nel 2009 in Italia sono stati imbottigliati 12,4 miliardi di litri generando un volume di affari di 2,3 miliardi di euro nel 2009, rimasto invariato rispetto all’anno precedente, ma in continua ascesa negli ultimi trent’anni. Alla crescita smisurata dei consumi non è corrisposta un proporzionale aumento dei canoni versati alle Regioni. In alcuni casi, infatti, le tariffe che le società imbottigliatrici versano alle amministrazioni sono stabilite per un regio decreto, come in Molise, o da regolamenti di oltre 30 anni fa, come la legge regionale del 1977 della Liguria.
Un primo passo che le amministrazioni dovrebbero compiere è, quindi, l’aggiornamento delle tariffe. Secondo il dossier di Legambiente e Altroconsumo, però, l’Italia è ancora lontana dall’adeguamento delle leggi regionali sui canoni di concessione delle sorgenti alle linee guida nazionali del 2006, che prevedono tre tariffe: da 1 a 2,5 euro per metro cubo o frazione di acqua imbottigliata; da 0,5 a 2 euro per metro cubo o frazione di acqua utilizzata; almeno 30 euro per ettaro o frazione di superficie concessa.
Le Regioni dovrebbero quindi avviare un processo di revisione dei canoni di concessione che porterebbe un aumento dei fondi incassati necessari per i controlli e lo smaltimento delle bottiglie di plastica. Con le tariffe attuali molte amministrazioni locali non riescono a coprire le spese di gestione dell’imbottigliamento.
Dal 2006 ad oggi sono solo 13 le Regioni che hanno varato una nuova normativa per adeguarsi alle linee guida nazionali, mentre alcune regolano ancora i canoni di concessione con leggi del secolo scorso. Le uniche regioni promosse da Legambiente e Altroconsumo sono infatti il Lazio, perché ha previsto i maggiori canoni per le concessioni sulle acque minerali, e l’Abruzzo che ha adeguato i canoni alle linee guida nazionali. Piemonte, Basilicata e Campania, sono rimandate perché prevedono canoni molto bassi, al di sotto di 1 euro per metro cubo imbottigliato. Mentre è prevista la bocciatura per chi ha tariffe sulla base della superficie concessa, come avviene per la Liguria, il Molise, l’Emilia Romagna, la Sardegna, la Puglia e la Provincia autonoma di Bolzano.
“Nonostante alcune novità, sono ancora irrisori i canoni che le aziende imbottigliatrici corrispondono alle Regioni – dichiara Pietro Raitano, direttore del mensile Altreconomia- Se venissero fissate tariffe adeguate, assisteremmo a un riallineamento dei prezzi al consumo, che sarebbero più corrispondenti ai reali costi dell’acqua minerale. Il bisogno di acqua in bottiglia diminuirebbe, portando il nostro Paese nella media europea”. I vantaggi di una diminuzione del consumo di acqua in bottiglia sono molti, a partire da una riduzione dell’inquinamento. “Vedremo in giro meno camion carichi di bottiglie e meno plastica tra i rifiuti – continua Raitano – È giunto il momento di ribadire che le esigenze dei cittadini vengono prima di quelle delle aziende imbottigliatrici, alle quali pertanto non dovrà più essere permesso di privatizzare di fatto le fonti togliendo acqua ai cittadini, come invece è accaduto e accade ancora per alcune concessioni, al Nord come al Sud Italia”.
Il ‘business dell’oro blu in bottiglia’, infatti continua ad essere insostenibile per la collettività dal punto di vista economico e ambientale poiché prevede l’utilizzo di oltre 350mila tonnellate di PET, per un consumo di circa 700mila tonnellate di petrolio e l’emissione di quasi 1 milione di tonnellate di CO2. Delle bottiglie utilizzate il 78% sono in plastica e solo un terzo viene riciclato mentre i restanti due terzi finiscono in discarica o in un inceneritore. Ad alto impatto ambientale è anche il trasporto visto che solo il 15% delle bottiglie viaggia su ferro, mentre il resto si muove sul territorio nazionale su gomma, su grandi e inquinanti TIR. Proprio per questo secondo Legambiente e Altreconomia, un processo di revisione e innalzamento dei canoni consentirebbe anche di “ripagare” il territorio dell’impatto di queste attività, recuperando fondi da destinare a nuove finalità ambientali.
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